
La sofferenza esiste per ogni essere senziente.
Quando rimani a lungo in silenzio e guardi davvero dentro di te, prima o poi la incontri.
La meditazione è anche questo: imparare a stare davanti a ciò che c’è, restando presenti.
Ognuno ha la propria sofferenza.
Possiamo solo intuire cosa significhi soffrire per un’altra persona, perché la sofferenza di ognuno ha una forma, una storia, un significato diverso. Possiamo però riconoscerla.
Il Buddha ha indicato quattro Nobili Verità, e la prima ci invita proprio a vedere questo: la sofferenza esiste.
E quando inizi a osservarla dentro di te, qualcosa nella tua visione del mondo può cambiare.
Riconoscere la propria sofferenza significa anche riconoscere che ogni essere umano desidera soffrire meno.
Dietro tante reazioni, tante paure, tanta durezza, spesso c’è qualcuno che cerca, a modo suo, un po’ di pace.
Di fronte alla sofferenza, ognuno reagisce a modo proprio.
C’è chi si chiude.
Chi diventa diffidente.
Chi perde fiducia.
Chi si arrabbia.
Chi diventa duro.
Chi si allontana.
Chi si convince di bastare a sé stesso.
E chi si riconosce in un po’ di tutto questo, o in tutto.
Il Buddha usa un’immagine: quando una freccia ci colpisce, sentiamo dolore.
Poi, spesso, scocchiamo una seconda freccia contro noi stessi: la chiusura, il giudizio, la resistenza.
La prima è la vita. La seconda è il modo in cui rispondiamo.
E poco alla volta, attorno a noi si forma una corazza di protezione.
Nel mio lavoro lo vedo spesso nel corpo.
La corazza ha tante forme: spalle che si sollevano, schiena che si curva, mascella serrata, respiro che si ferma a metà, un addome che si tiene, gambe rigide, una fronte che si contrae, un sorriso che resta in superficie.
Sono solo alcuni dei modi in cui il corpo racconta ciò che portiamo.
Il corpo ricorda ciò che la mente ha già archiviato.
E a volte basta fermarsi e portare attenzione lì, per sentire dove stiamo ancora trattenendo.
Ciò che ci protegge dal dolore può, allo stesso tempo, offuscare anche ciò che di bello la vita ci offre.
La diffidenza ci protegge dalle delusioni, ma ci allontana dalla fiducia.
La rabbia ci protegge dal sentirci vulnerabili, ma ci tiene lontani dagli altri.
La tristezza diventa un luogo in cui ritirarci, ma può farci perdere di vista ciò che c’è ancora.
La chiusura ci protegge dalle ferite, ma tiene la porta chiusa a chi vorrebbe entrare.
E così, quasi senza accorgercene, iniziamo a proteggerci non solo dalla sofferenza, ma anche dalla vita.
Il Buddha chiama questa dinamica la seconda Nobile Verità: la sofferenza nasce dall’attaccamento, dal desiderio di trattenere ciò che piace e di allontanare ciò che fa male, alimentato dal non vedere le cose come sono davvero.
Ogni corazza nasce da qui: dal desiderio che la vita sia diversa da com’è.
Quando però iniziamo a riconoscerlo, qualcosa si ammorbidisce.
E forse è proprio qui che possiamo deporre le armi.
Con noi stessi.
E con il mondo.
Qui arriva la terza Nobile Verità, una buona notizia: la sofferenza può cessare.
Non è una condanna, è un’esperienza che cambia.
Quando le facciamo spazio, inizia a muoversi.
La nostra sofferenza diventa allora una porta verso la compassione: per noi stessi e per gli altri.
Con discernimento, scegliendo ciò che merita di essere accolto.
Possiamo imparare a guardare con più gentilezza ciò che siamo e ciò che attraversiamo.
La compassione e la gentilezza possono diventare una via.
La quarta Nobile Verità indica proprio questa via: il Nobile Ottuplice Sentiero, otto passi che comprendono visione, intenzione, parola, azione, modo di vivere, sforzo, presenza mentale e concentrazione giuste.
Il Buddha la chiama anche via di presenza: accorgersi di ciò che sorge dentro di noi, un respiro alla volta, e restare con gentilezza.
Il corpo è il luogo più semplice da cui cominciare: un respiro che scende, una spalla che si abbassa, e qualcosa dentro accoglie.
Ogni volta che ci fermiamo a sentire, la corazza si distende un poco.
Possiamo abbassare le difese mantenendo saldi i confini.
Fidarci con lucidità.
Essere vulnerabili con forza.
Lasciare entrare il buono, custodendo ciò che il dolore ci ha insegnato.
E qui mi torna in mente uno dei quattro accordi di don Miguel Ruiz, dalla tradizione tolteca:
“Fai sempre del tuo meglio.”
Il tuo meglio è una misura che cambia.
Il Buddha lo chiama sforzo giusto, uno degli otto passi del Sentiero: trovare l’intensità giusta per oggi, costanza e dolcezza insieme.
Il tuo meglio di oggi è diverso da quello di ieri.
Guarda la persona che sei stata con comprensione: ieri eri ciò che potevi essere con ciò che avevi.
Oggi sei altro.
Hai attraversato esperienze, dolore, cambiamenti, consapevolezze.
E allora puoi semplicemente chiederti:
Con quello che sono oggi, con ciò che ho oggi, posso fare del mio meglio?
Con le mie imperfezioni, dentro ciò che sto attraversando, con gentilezza.
Verso di me.
E, forse, anche verso il mondo.
Con presenza, Elisabetta
