L’Intestino e il Sè: quando il corpo diventa un luogo di ascolto

È curioso pensare che uno degli organi più studiati dalla ricerca degli ultimi anni possa diventare anche una porta d’accesso a una riflessione sul Sé.
Mentre osservavo un’immagine dell’intestino, il mio pensiero è andato a Carl Gustav Jung e alla sua idea del Sé, inteso come il centro e la totalità della persona, verso cui tende quel cammino di integrazione che lui chiamava processo di individuazione.

Oggi la ricerca scientifica ci invita a guardare l’intestino con occhi nuovi.
Per lungo tempo è stato considerato quasi esclusivamente l’organo della digestione. Oggi sappiamo che rappresenta una rete straordinariamente complessa, in continuo dialogo con il cervello attraverso il sistema nervoso, il microbiota, il sistema immunitario e numerosi messaggeri chimici.
Non è un caso se viene spesso definito il “secondo cervelloL'intestino e l'ascolto del corpoQuesta espressione richiama la ricchezza del suo sistema nervoso e la continua comunicazione che sostiene l’equilibrio dell’intero organismo.
Gran parte della serotonina dell’organismo viene prodotta nell’intestino, a testimonianza di quanto questa relazione sia profonda e ancora ricca di aspetti da esplorare.
Mi affascina pensare che definiamo l’intestino “secondo cervello”.
Forse non per stabilire una gerarchia.
Piuttosto per ricordarci che il corpo possiede molte forme di intelligenza.
Un’intelligenza che pensa oltre le parole.
E partecipa continuamente al nostro modo di vivere, di adattarci e di entrare in relazione con il mondo.
Ed è proprio da questa riflessione che nasce una domanda.
Quanto spesso ascoltiamo questa intelligenza silenziosa?

Ci sono momenti in cui il corpo sembra quasi sussurrare.
Altri in cui alza la voce.
E ci sono momenti in cui urla.
Può urlare attraverso il dolore, una tensione che non si scioglie, una stanchezza che ci costringe a rallentare. Altre volte urla nel silenzio, in quella sensazione difficile da descrivere che ci accompagna anche quando, apparentemente, tutto sembra andare bene.

Il corpo è molto più di una struttura biologica.
È il luogo in cui viviamo ogni esperienza della nostra esistenza.
Ogni emozione.
Ogni relazione.
Ogni cambiamento.
Questa consapevolezza ci invita forse a porci una domanda diversa, che si affianca alla prima: “Che cosa ho?” E magari anche: “Come sto vivendo questo momento della mia vita?

Ogni giorno incontro persone.
E con ciascuna di loro entra una storia.
Una storia scritta nei pensieri.
Nelle emozioni.
Nello sguardo.
E nel corpo.
Ogni persona porta con sé una voce diversa.
A volte è un sussurro.
Altre volte è una voce che il corpo esprime con forza: attraverso una tensione, una rigidità, una stanchezza, un dolore o semplicemente una sensazione difficile da nominare.

Preferisco restare nella domanda, più che nella ricerca di un’origine. Sappiamo che la biologia, la genetica, la storia personale, l’ambiente e lo stile di vita partecipano, ciascuno con il proprio peso, alla complessità dell’essere umano.
La mia esperienza mi porta  a considerare che esistano anche dimensioni più profonde, come i pensieri, le emozioni e l’energia con cui viviamo noi stessi e il mondo.
Vedo queste prospettive come parti di un’unica realtà.
Una realtà che continuiamo a conoscere, esplorare e, forse, solo in parte a comprendere.

Per questo credo che il corpo sia, prima di tutto, un luogo a cui tornare.
Ed è per questo che, prima di ogni cosa, scelgo l’ascolto.
Un ascolto silenzioso —
uno spazio dove interpretare può, forse, non essere necessario,
dove le etichette possono sciogliersi da sole,
dove anche le risposte possono restare, per un momento, sospese.
Ogni persona è unica.
Ogni corpo custodisce una storia che non può essere letta con formule uguali per tutti.

Credo che il cambiamento inizi quando una persona sente di avere finalmente uno spazio in cui poter essere semplicemente presente.
Uno spazio in cui il corpo possa ritrovare movimento.
In cui il respiro possa espandersi.
In cui le tensioni possano lentamente lasciare andare ciò che non è più necessario trattenere.
In cui le emozioni possano essere accolte ed espresse.
In cui anche i pensieri possano rallentare.

Uno spazio in cui sia possibile tornare a sé, per incarnare, con sempre maggiore autenticità, ciò che già siamo.
Questa è la visione che ispira Lauvi’el Energy.
Attraverso strumenti integrati, accompagno ogni persona in un percorso che favorisce ascolto, presenza e consapevolezza, rispettandone i tempi, la storia e l’unicità.
Il nome Lauvi’el, nella lettura proposta da Igor Sibaldi, richiama una qualità della coscienza capace di portare luce dove prima c’era inconsapevolezza.
Dal caos alla luce.

Questa espressione, che accompagna il mio cammino, rappresenta molto più di un motto.
È un invito.
Ad ascoltare prima di comprendere.
A sentire prima di interpretare.
A lasciare che il movimento nasca dall’interno.
Scelgo di creare uno spazio affinché ciò che è vivo possa tornare a muoversi.
E se il benessere fosse, più che una destinazione, una relazione?
Con il proprio corpo.
Con il proprio respiro.
Con la propria storia.
Con i propri pensieri.
Con le proprie emozioni.
E, per chi lo sente, anche con quella dimensione più sottile che molti chiamano energia.

Perché credo che l’essere umano sia molto più della somma delle sue parti.
Ed è forse nell’incontro tra tutte queste dimensioni che impariamo, giorno dopo giorno, a incarnare pienamente noi stessi.

“Ogni articolo nasce da un incontro. Con una persona, una domanda, un’immagine o un’intuizione. Queste riflessioni vogliono aprire spazi di ascolto e consapevolezza, anziché offrire risposte definitive.”

Elisabetta Faccin

 

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